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Alzheimer E Parkinson

Alzheimer e Parkinson in qualche modo collegati? In queste settimane rimbalza, nella comunità scientifica, l’ipotesi che le due malattie potrebbero nascere dallo stesso meccanismo neurodegenerativo per poi prendere strade diverse solo in seguito. Un’ipotesi innovativa e suggestiva che potrebbe cambiare radicalmente l’approccio alle due malattie e che ha una fonte certa. Si tratta, infatti, di uno studio pubblicato sulla rivista IBRO Neuroscience Reports da tre ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc).  Vediamo di cosa si tratta.

Alzheimer e Parkinson, la ricerca

Alzheimer e Parkinson collegati? Sì, secondo i tre studiosi Daniele Caligiore, Flora Giocondo e Massimo Silvetti che hanno ricomposto come in un puzzle i risultati di diverse ricerche su Alzheimer e Parkinson condotte in vari ambiti, dalla genetica alla neurofisiologia. Ecco cosa è emerso:

I tre studiosi sono arrivati così a ricondurre le due malattie allo stesso fenomeno neurodegenerativo che hanno chiamato NES (Neurodegenerative Elderly Syndrome, Sindrome neurodegenerativa dell’anziano) e che sarebbe caratterizzato da tre stadi progressivi.

1 – La prima fase di semina

Inizia molti anni prima rispetto al manifestarsi dei sintomi clinici e in essa si può avere una progressiva perdita di neuroni che producono noradrenalina e serotonina. Proponiamo che tale danno iniziale possa essere causato principalmente dal malfunzionamento di una proteina molto diffusa nel nostro corpo, l’alfa-sinucleina. Le disfunzioni iniziali possono essere dovute a diversi fattori genetici, ambientali o legati allo stile di vita, chiamati ‘semi’, e possono interessare diverse parti del corpo. In particolare, l’alfa-sinucleina malfunzionante può avere diverse vie d’accesso al cervello: potrebbe avere origine in situ o essere trasportata dall’intestino. Il tipo di seme o fattore scatenante e la parte del cervello e del corpo interessata dalle disfunzioni iniziali di alfa-sinucleina, la via d’accesso e il tipo di neuromodulatore maggiormente coinvolto in questa fase embrionale della malattia influenzano la futura possibile progressione della NES verso la trasformazione in Parkinson o Alzheimer.

2 – La seconda fase di manifestazione del disturbo

Iniziano a manifestarsi disfunzioni dei neuroni che sintetizzano il neuromodulatore dopamina e che si trovano in due regioni diverse del cervello: nell’area tegmentale ventrale (gestione degli aspetti cognitivi e motivazionali) e nella substantia nigra pars compacta (gestione degli aspetti motori). I sintomi clinici sono ancora silenziosi, grazie a meccanismi compensatori che mantengono l’equilibrio delle diverse concentrazioni di neuromodulatori: perciò questa fase della NES è detta ‘di compensazione’.

3 – La terza e ultima fase biforcazione

La NES diventa Alzheimer se l’area dopaminergica maggiormente colpita è l’area tegmentale ventrale, oppure diventa Parkinson se l’area più colpita è la substantia nigra pars compacta- Lo snodo sembrerebbe stare là.

Le prospettive della scoperta

Questo binomio Alzheimer e Parkinson potrebbe aprire scenari importanti. Se corroborata da futuri studi empirici, l’ipotesi NES potrebbe rivoluzionare la ricerca su queste due malattie neurodegenerative, indicando nuovi percorsi per la diagnosi precoce e per lo sviluppo di terapie da attuare in fase precocissima, prima della manifestazione di sintomi clinici.

Anche l’Intelligenza Artificiale potrebbe essere uno strumento per verificare o confutare l’ipotesi NES. In merito così si esprime uno dei tre studiosi, Daniele Caligiore:

Al Cnr-Istc stiamo sviluppando degli algoritmi di machine learning per combinare e analizzare grandi quantità di dati eterogenei clinici, genetici, di risonanza magnetica su Alzheimer e Parkinson messi a disposizione da database internazionali allo scopo di trovare delle traiettorie di neurodegenerazione comuni tra le due malattie.

Questo significa che ci si sta muovendo per malattie che possono davvero distruggere le vite dei malati ma anche delle famiglie attorno a loro. Pensate all’attore americano Micheal J. Fox e a quanto ha dovuto rinunciare nella sua allora lanciatissima carriera o a tutte le persone che si prendono l’onere di accudire cari che neanche li riconoscono più. Il confine è sottile, e lo dimostra anche la recente situazione dell’attore iconico Lando Buzzanca, in bilico tra la demenza senile affermata dal figlio e disturbi neurologici raccontati dalla moglie. Queste notizie devono essere e sono confortanti e s’innescano in una serie di scoperte interessanti come l’influenza di una dieta equilibrata nell’Alzheimer di cui abbiamo parlato.

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